mercoledì 23 marzo 2016

BRUXELLES, Place de la Bourse, il dolore e la rabbia

BRUXELLES, 23 marzo - Un minuto di silenzio in tutto il paese. Le massime autorità - il re e la regina, il premier Louis Michel, insieme al presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e al premier Manuel Valls - prima alla stazione della metropolitana di Maelbeek, colpita ieri, poi al Berlaymont, la sede dell'esecutivo comunitario. Il Belgio a mezzogiorno si è fermato per commemorare le vittime del duplice attentato terroristico di ieri mattina. Ma è a Place de la Bourse, la piazza della borsa, luogo tradizionalmente adottato per i grandi raduni di Bruxelles, che va in scena il momento del lutto e del coraggio. Place de la Bourse, al centro della città, è divenuta spontaneamente, sin da ieri, il luogo in cui si sono riversati gli abitanti della capitale belga per raccogliersi, ricordare le vittime, incoraggiarsi a vicenda. Come place de la Republique a Parigi dopo gli attentati di novembre. Sono stati deposti candele, fiori, cuori, orsacchiotti. Un artista ha lasciato una composizione minima di pupazzetti insanguinati. "Je suis Bruxelles, Ik ben Brussel", in francese (vallone) e fiammingo, è il grande striscione davanti a una schiera di mazzi di fiori. I bambini hanno iniziato a scrivere per terra con i gessi colorati, subito seguiti dagli adulti. Tutto il piazzale ora è rimpito di scritte colorate. Più positive ("Pace, amore, solidarietà contro il terrore"), più rabbiose ("Fuck you daesh"), più naif ("Tutti per Bruxelles", con tre cuori), più politiche ("Il nemico non è una comunità, il nemico è l'ignoranza, la rabbia e la povertà simbolica"). C'è chi cita il Vangelo di Matteo e chi il poeta inglese William Woodsworth. C'è chi lascia componimenti poetici o lettere o biglietti appuntati su un bloccehtto dell'albergo un ricordo o una preghiera. Alla place de la Bourse, soprattutto, va in scena il miscuglio di volti, lingue, etnie, religioni di Bruxelles. Sul terreno c'è la bandiera belga, ma ci sono anche le bandiere italiana, romena, brasiliana, francese, turca. Le scritte sono in francese, inglese, olandese, tedesco, italiano, spagnolo, arabo. C'è un drappo con la croce cristiana, la mezzaluna islamica e la stella ebraica di Davide. Davanti alla schiera di telecamere dei network internazionali stringono le mani in alto una giovane del nord-europa, una anziana signora col velo islamico, un ragazzo belga, un uomo dal viso mediorientale avvolto nel tricolore belga. L'imam Asad Majeeb della assocazione musulmana Ahmadiyya cerca i giornalisti: "Chi ha fatto gli attentati non ha nulla a che fare con l'islam". Qualcuno alle sue spalle protesta, lui insiste: "L'islam è una religione di pace, il Corano condanna senza mezzi termini che uccide un altro essere umano". A mezzogiorno la piazza si riempie, chi sulle scalinate chi attorno ai fiori e alle bandiere stese per terra. Ci sono le autorità cittadine, i funzionari delle istituzioni europee, i belgi, turisti e giornalisti, minute donne anziane col velo e ragazzoni scandinavi. Un ubriaco prova a interrompere il minuto di silenzio, nessuno protesta. Alla fine scoppia un lungo applauso, la folla urla "Vive la Belgique", viva il Belgio. Per scacciare la paura, per "non permettere loro di cambiarci", come è scritto per terra, perché, come recita un'altra scritta, "we are one", siamo tutt'uno. 

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