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venerdì 24 marzo 2017

L'orso polare va verso l'ESTINZIONE

ùEntro il 2050 potremmo perdere i due terzi degli orsi polari. Un dato allarmante che fa di questa specie il simbolo stesso degli effetti dei cambiamenti climatici perché a minacciarla è la progressiva riduzione della banchisa polare, dove vive l'orso polare. E proprio in questi giorni, il ghiaccio marino dell’Artico ha visto il livello minimo primaverile mai registrato in 38 anni di misurazioni satellitari. La sua estensione massima si è ridotta al ritmo del 3% ogni 10 anni.
Orso, ma non solo. Sempre in area polare, stavolta in Antartide, il 75% della popolazione dei pinguini di Adelia potrebbe scomparire se le temperature del globo cresceranno di due gradi, mentre secondo alcune stime pubblicate su Nature, rischiamo anche di perdere fino al 70% delle specie di passeriformi migratori in Australia e ai tropici a causa del cambiamento climatico.
Insomma, l’effetto-clima sulle specie animali e vegetali potrebbe causare una “Sesta estinzione di massa”, come denuncia il nuovo rapporto del Wwf (“Cambiamenti climatici e sesta estinzione di massa”). Ma al contrario delle prime cinque estinzioni già avvenute, questa non sarà frutto di fenomeni geologici naturali ma causata dall’uomo.
Nella mappa delle specie a rischio stilata dal Wwf, oltre a quelle già citate ci sono anche orche e leopardi delle nevi, stambecchi, anfibi, fringuelli alpini e persino l’abete bianco, il tipico albero di Natale delle regioni settentrionali, tutte specie che stanno soffrendo come non mai l’aumento della temperatura e gli altri effetti dei cambiamenti climatici. Non se la cava meglio il simbolo del Wwf, il panda, che pur se in lieve ripresa numerica è minacciato dal clima che cambia, in quanto dipende strettamente dalle foreste di bambù.
In Italia, le specie simbolo del cambiamento climatico sono lo stambecco, l’ermellino, il fringuello alpino e la pernice bianca. La stagione vegetativa nelle aree montane dove vivono gli stambecchi è sempre più anticipata, cosicché i prati si sono impoveriti di proprietà nutritive e non offrono ai capretti il foraggio adatto alla loro nutrizione nel momento critico dello svezzamento. La loro sopravvivenza è scesa dal 50% negli anni ’80 al 25% di oggi.
Ad essere più colpiti dal climate change sono gli ambienti freddi, dai poli alle vette alpine e himalayane (dove è a rischio il leopardo delle nevi), ma la classe animale più colpita è quella degli anfibi, come l’ululone dal ventre giallo: a causa dei loro complessi cicli vitali che si svolgono tra terra e acque dolci, dove si fanno sentire siccità o regime delle precipitazioni, il 33% di queste specie è inserito nella lista rossa Iucn.
Nel ghepardo l’aumento della temperatura ha provocato una netta riduzione della fertilità maschile. La Red List, la 'lista rossa' delle specie minacciate di estinzione curata dall’Iucn (International Union for Conservation of Nature) indica che quasi la metà (il 47%) delle specie di mammiferi monitorate e quasi un quarto delle specie di uccelli (24.4%) subiscono l’impatto negativo dovuto ai cambiamenti climatici. In totale si tratta di circa 700 specie.
Nel Mediterraneo si assiste ormai ad un vero e proprio processo di tropicalizzazione del bacino: con l’aumento delle temperature si assiste all’invasione inarrestabile di specie aliene (sia introdotte dall’uomo che in arrivo dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez). Nel Mediterraneo orientale, nelle acque libanesi e siriane, le specie non indigene hanno già superato il 50% in peso nella cattura della pesca e in Mediterraneo si contano ormai oltre mille specie aliene, di cui un centinaio sono ritenute pericolose per la biodiversità del bacino, l’economia o la salute.
C'è anche chi, però, trae un vantaggio da climi più caldi e dalla riduzione dei climi estremi invernali: alcune specie di zanzare, le meduse (in aumento anche nel Mediterraneo), i parassiti degli alberi (come alcuni coleotteri tra cui Dendroctonus ponderosae che vive alimentandosi sui pini nel Nord America o il punteruolo rosso, responsabile della moria di palme anche in Italia), insetti come la vespa cinese Dryocosmus kuriphilusresponsabile della malattia di molti castagni.
In alcune situazioni i cambiamenti climatici sono il principale fattore di degrado e distruzione degli ecosistemi come ad esempio le barriere coralline : questi ambienti stanno morendo a causa del fenomeno del bleaching dovuto alla scomparsa delle zooxantelle, alghe unicellulari capaci di fotosintesi che forniscono anche il colore ai polipi dei coralli che non sopportano incrementi della temperature del mare oltre un certo limite e causando quindi la morte dei polipi che formano le formazioni coralline che stanno ormai scomparendo a ritmi accelerati.

giovedì 16 marzo 2017

Lo scioglimento dei ghiacci artici causa l'inquinamento in CINA

L'inquinamento dell'aria che ha indugiato sulla Cina orientale per quasi un mese nel 2013 è stat collegat alla perdita di ghiaccio marino artico dell'autunno precedente.
Uno studio dice che la foschia è durata molto più a lungo, perché il ghiaccio che si scioglie e l'aumento della nevicata alterano i modelli di circolazione del vento.
Se il ghiaccio artico continua a ridursi a causa dei cambiamenti climatici, gli scienziati dicono che eventi simili probabilmente potranno ripetersi. Essi sostengono che questo potrebbe minacciare lo svolgimento delle gare delle Olimpiadi invernali di Pechino per il 2022.
Problemi di qualità dell'aria hanno afflitto Cina negli ultimi anni, ma l' inquinamento sperimentato gennaio 2013 è stato significativo, perché è durato così a lungo.
La foschia su larga scala rimase al suo posto per quasi un mese e circa il 70% dei 74 principali città della Cina avevano superato gli standard quotidiano di qualità dell'aria per il particolato molto fine, che pone gravi rischi per la salute. Ora i ricercatori dicono che calo record artico mare di ghiaccio alla fine del 2012, più l' estesa nevicata sopra la Siberia disturbata dei venti ha prodotto condizioni di aria stagnante sopra la pianura ad est della Cina.
Il team di ricerca ha esaminato le condizioni di ventilazione nel corso degli ultimi 35 anni e sono stati in grado di dimostrare che la dispersione vista nel 2013 era unico. Hanno quindi esaminato i fattori legati al clima che potrebbero contribuire alla scarsa ventilazione e le loro scoperte indicano che la perdita di ghiaccio artico e nevicate sopra i boschi dell'Eurasia erano critici per l'evento foschia.
Il cambiamento climatico globale farà probabilmente in modo che il ghiaccio artico del mare continuerà a diminuire e a mantenere quindi le condizioni per gli eventi legati alle foschie. Gli autori dicono che mentre la Cina può prendere più misure per frenare il particolato, frenare i gas serra che stanno contribuendo a ridurre ghiaccio marino artico, avrà necessità di uno sforzo globale.

giovedì 9 marzo 2017

LA FOTO Vita tra i ghiacci

Centoventi fotografie, tutte rigorosamente in bianco e nero, opera dei fotoreporter Paolo Solafi Bozzi, Ragnar Axelsson e Casters Egevang sono esposte fino al 2 aprile alla galleria Casa dei tre oci a Venezia:: la rassegna si intitola "Artico ultima frontiera" e racconta la vita tra i ghiacci. Questa è una foto di Paolo Solari Bozzi



lunedì 27 febbraio 2017

Qui bisogna ricongelare il Polo Nord


Di mese in mese, l’estensione dei ghiacciai artici segna nuovi record negativi e la temperatura continua ad innalzarsi: gli effetti del riscaldamento globale sono sempre più evidenti e preoccupanti. Recentemente, alcuni ricercatori hanno avanzato una proposta che permetterebbe di rimediare ai gravi danni che questo sta causando al Polo Nord.
Secondo il fisico Steven Desch e il team di colleghi dell’Arizona State University, infatti, sarebbe possibile ricongelare i ghiacciai artici utilizzando dieci milioni di pompe alimentate dall’energia prodotta dal vento.
Questi strumenti permetterebbero la formazione di uno strato di ghiaccio sulla superficie di quello attuale, che andrebbe ad aumentarne lo spessore di circa un metro, rallentando così il suo scioglimento. La spesa per realizzare il progetto sarebbe enorme: si parla di 500 miliardi di dollari. Secondo i ricercatori, però, sarebbe una spesa necessaria per evitare la distruzione dell’Artico.
Desch ha dichiarato che il riscaldamento globale si sta dimostrando molto più rapido di quanto era stato previsto fino a pochi anni fa: nel 2030 il ghiaccio che ricopre le acque del Polo Nord potrebbe sparire del tutto nei mesi estivi. Una simile calamità distruggerebbe completamente la vita nella regione, condannando intere specie come orsi polari e pinguini.

domenica 15 gennaio 2017

MALTEMPO, coraggio, in arrivo nuova ondata di gelo artico


Una nuova perturbazione di origine artica è in arrivo sull'Italia dal Mediterraneo occidentale e nelle prossime ore darà avvio a una nuova fase di gelo e neve, anche al Centrosud, destinata a durare per buona parte della prossima settimana. Sono queste le previsione dei meteorologi del Centro Epson Meteo, secondo cui il peggioramento è atteso dalla mattina di oggi, con le prime precipitazioni in "Emilia orientale, Romagna e nelle regioni del Centrosud, destinate poi ad intensificarsi nel corso della giornata".
Veloce 'spolverata' di neve questa mattina a Bologna, senza disagi per la circolazione. La società Autostrade per l'Italia segnala nevischio sul tratto appenninico dell'Autosole, sulla A13 Bologna-Padova fra il capoluogo emiliano e Altedo e sulla A14 tra Bologna e Castel San Pietro.
Una forte grandinata sull'isola di Capri (Napoli) ha imbiancato stamattina il territorio del comune di Anacapri. Chicchi di grandi dimensioni hanno formato un piccolo strato di ghiaccio rendendo difficoltosa la circolazione sia pedonale che veicolare. Continua il periodo nero legato al maltempo sull'isola azzurra che nei giorni scorsi ha avuto molte ripercussioni sui collegamenti marittimi. E il Vesuvio è ricoperto di neve dopo le precipitazioni delle ore notturne. Su Napoli e provincia persiste una leggera pioggia e le temperature si sono abbassate.
Allerta neve anche a Roma e la capitale cerca di prepararsi a un fenomeno atmosferico che negli ultimi anni l'ha messa più volte in crisi. Coinvolti tutti gli organi comunali competenti per fronteggiare una eventuale nevicata sulla città, ovvero polizia locale, dipartimenti del Campidoglio Sviluppo, Infrastrutture e Ambiente e rappresentanti dei Municipi, insieme con la Protezione Civile. I veicoli della polizia locale di Roma Capitale sono pronti con catene a bordo e sacchi di sale.

mercoledì 23 novembre 2016

ARTICO, la temperatura dell'aria è più alta della media di 20 gradi


La temperatura dell'aria nell'Artico a ottobre e novembre è più alta della media di 20 gradi, quella dell'acqua di 4 gradi. L'allarme viene da due istituti di ricerca, la Rutgers University degli Stati Uniti e l'Istituto Meteorologico Danese, citati dal quotidiano britannico Guardian. Secondo i ricercatori, la causa di queste temperature fuori dalla norma è il riscaldamento globale.

"Ha fatto più caldo di circa 20 gradi del normale sulla maggior parte dell'Oceano Artico, insieme ad un freddo anomalo dello stesso livello nell'Asia centrosettentrionale - ha detto la professoressa Jennifer Francis della Rutgers University. Questo non ha precedenti per novembre". Secondo Francis, le temperature in questo mese sono state di pochi gradi sopra lo zero, mentre avrebbero dovuto essere sui -25: "Non c'è nient'altro che il cambiamento climatico che può provocare queste tendenze", ha spiegato Francis.

Per Rasmus Tonboe dell'Istituto Meteorologico Danese, "le temperature della superficie dell'acqua nei Mari di Kara e di Barents sono molto più calde del solito. Questo rende molto difficile che il mare si congeli. Quando abbiamo grandi aree di acqua scoperta, questa fa alzare le temperature dell'aria, e queste sono state più calde di 10-15 gradi. Sei mesi fa il ghiaccio si stava rompendo insolitamente in anticipo. Questo ha provocato più superficie scoperta e ha permesso alla luce del sole di essere assorbita. E' per questo che l'Artico è più caldo quest'anno". 

domenica 13 marzo 2016

L'ENI ha dato il via alla produzione di petrolio dal giacimento nell'ARTICO


OSLO, 13 marzo - Eni ha dato il via alla produzione di petrolio del giacimento di Goliat, al largo della Norvegia situato 85 km a nord ovest di Hammerfest. Si tratta del primo impianto petrolifero che entra in produzione nell'Artico, per la precisione in una zona priva di ghiacci nel mare di Barents. Secondo le stime, il giacimento contiene riserve pari a 180mila di barili e permetterà una produzione giornaliera di 100mila barili al giorno, 65mila dei quali in quota Eni.
Il primo giacimento a olio ad entrare in produzione nel Mare di Barents - sottolinea in un comunicato la società - è stato sviluppato attraverso la più grande e sofisticata unità galleggiante di produzione e stoccaggio cilindrica (FPSO) al mondo, che ha una capacità di 1 milione di barili di olio e che è stata costruita con le più avanzate tecnologie per affrontare le sfide tecnico-ambientali legate all'operatività in ambiente Artico. La produzione avverrà attraverso un sistema sottomarino composto da 22 pozzi (17 dei quali già completati), di cui 12 sono pozzi di produzione, 7 serviranno a iniettare l'acqua nel giacimento e tre per iniettare gas.
Goliat, inoltre, utilizza le soluzioni tecnologiche più avanzate per minimizzare l'impatto sull'ambiente. Goliat riceve energia elettrica da terra per mezzo di cavi sottomarini, il che permette di ridurre le emissioni di CO2 del 50% rispetto ad altre soluzioni, mentre l'acqua e il gas prodotti sono re-iniettati nel giacimento. L'avvio di Goliat - si legge ancora nella nota - rappresenta una tappa importante nel piano di crescita di Eni e contribuirà in modo significativo alla generazione di cash flow.

sabato 26 dicembre 2015

RUSSIA, 6 nuove basi militari per presidiare l'ARTICO (e il suo petrolio)

Novaya Zemlya
MOSCA, 26 dicembre - Come la Cina rivendica il 90% del isole del Mar Cinese Meridionalem costruendo basi militari su isole artificiali create su barriere coralline appena affioranti, così la Russia rivendica il controllo delle risorse energetiche (90 miliardi di barili di petrolio ed il 30% delle riserve mondiali di gas secondo stime Onu) sotto l'Artico creando una serie di nuove basi militari che circondano il Circolo Polare Artico. Secondo quanto rivela il Times le truppe di Mosca stanno portando a termine la costruzione di 6 nuove basi militari permanenti per respingere chi minaccia i suoi interessi economici nella zona, a partire da Canada, Norvegia e Danimarca.
Tra queste la base di Trefoil sulla grande isola conosciuta come Terra di Alessandra (Zemlja Aleksandry) nel Mare di Barents dove tra pochi giorni arriveranno 150 soldati. Le altre nuove installazioni sono sull'isola di Kotelny nell'arcipelago della Nuova Siberia, sull'isola di Sredny nell'arcipelago Di Nicola II o Severnaya Zemlya, a Rogachevo sull'isola di Novaya Zemlya, a Wrangel e Cape Schmidt sulla penisola della Chukotka, ai confini con l'Alaska. Non solo. All'inizio del mese il ministero della Difesa ha annunciato di aver schierato in due basi, nell'arcipelago di Novaya Zemlya (la stessa di Rogachevo, isola tra il Mare di Barents e quello di Kara oltre il Circolo Polare Artico) e nel porto di Tiksi in Siberia, due batterie del loro più moderno e potente sistema anti-aereo, l'S-400. Si tratta dello stesso sistema d'arma schierato in Siria a protezione delle forze aeree russe dopo l'abbattimento il 24 novembre scorso di un Sukhou 24 da parte di 2 F-16 turchi. L'S-400 e' un sistema composto da un mezzo semovente comando, due tipi di radar semoventi, che controllano fino ad un massimo 12 piattaforme di lancio semoventi, ognuna in grado di sparare 4 missili. In questo modo un sistema S-400 puo' seguire e distruggere fino 80 obiettivi in cielo entro un raggio di 400 km. 

sabato 17 ottobre 2015

AMBIENTE/ ARTICO, annullati da Obama due permessi di trivellazioni


ANCHORAGE, 17 ottobre - L'amministrazione Obama ha annullato 2 vendite imminenti di permessi per la trivellazione petrolifera nell'ArticoQuesto avviene dopo l'annuncio di Shell  sulle trivellazioni in Artico punta per il prossimo futuro. Questa è un'ottima notizia per le balene, trichechi, foche ghiaccio-dipendenti e di altre specie di fauna selvatica che avrebbero potuto essere devastate da una fuoriuscita di petrolio in questa regione remota. Ma c'è ancora molto da fare per proteggere le acque artiche dalla minaccia di perforazione offshore ! Nei prossimi mesi, l'amministrazione Obama deciderà se vendere nuovi contratti di locazione di petrolio nel Mar Glaciale Artico, come parte di un imminente programma di leasing. i Ocean Conservancy ha chiesto al Presidente Obama di non andare avanti in questa direzione. Una battaglia incerta e dura.

venerdì 17 luglio 2015

Le estati artiche calde fanno morire di fame gli ORSI POLARI

MARE DI BEAUFORT (Artico), 17 luglio - Gli orsi polari non sono in grado di adattare il loro comportamento per far fronte alle perdite alimentari associate con le estati calde nell'Artico. Gli scienziati pensavano che gli animali sarebbero entrati un tipo di 'letargo che cammina' in caso di privazione delle prede. Ma la nuova ricerca dice che che semplicemente muoiono di fame in condizioni più calde, quando il cibo scarseggia. Gli autori dicono che le implicazioni per la sopravvivenza della specie in un mondo più caldo sono pessime.
Già nel 2008 gli orsi polari sono stati elencati come una specie minacciata negli Stati Uniti . A quel tempo, il Ministro dell'Interno ha osservato che il drammatico declino del ghiaccio marino è la più grande minaccia che gli orsi affrontano. Gli orsi polari sopravvivono principalmente su una dieta di foche che essi cacciano sul ghiaccio del mare , ma l'aumento della fusione in estate riduce numeri di queste prede e di conseguenza gli orsi devono lottare per trovare un pasto.
Alcuni ricercatori hanno sostenuto che gli orsi polari potrebbero sopravvivere con un apporto calorico ridotto inserendo una scarsa attività chiamata 'camminare in letargo', simile al modo in cui molte altre specie di orso affrontano l'inverno.
Per testare questa idea, gli scienziati hanno intrapreso un processo pericoloso e costoso attaccando collari satellitari e dispositivi di registrazione impiantati chirurgicamente per seguire i movimenti degli orsi e per registrare i dettagli fisiologici. Hanno studiato più di due dozzine di orsi nel mare di Beaufort, a nord dell'Alaska e hanno concluso che nelle stagioni estive, gli orsi non rallentano, ma semplicemente soffrono la fame quando il cibo è scarso.
Mentre gli orsi potrebbero non essere in grado di cambiare il loro comportamento quando si tratta di cibo, sembrano avere un adattamento significativo che li aiuta a farne fronte con il bagno in acqua fredda.
"Loro hanno questa capacità di bagnare temporaneamente la parte più esterna del nucleo del corpo per raffreddarsi in modo sostanziale e questo protegge gli organi vitali più interni e ciò è molto sorprendente", ha detto lo scienziato Whiteman, uno degli autori dello studio.
I ricercatori hanno studiato in dettaglio la straordinaria capacità di nuoto degli orsi, con una femmina sopravvissuta per nove giorni a 400 miglia di nuoto dalla riva al ghiaccio. Quando è stato ri-catturata circa sette settiman aveva perso il 22% del suo massa corporea, così come il suo cucciolo.
Gli scienziati dicono che, nonostante questa forte resistenza al freddo, non viene compensata a sufficienza la mancanza di cibo per l'incapacità degli orsi a rallentare il loro metabolismo in risposta.
"Abbiamo scoperto quello che sembra essere un adattamento affascinante per il nuoto in acque artiche fredde, ma non credo che ghiocherà un ruolo nel determinare il loro destino come sarà la perdita di opportunità di caccia", ha detto Whiteman. "Pensiamo che questi dati indichino il loro eventuale declino."
I costi dello studio sono stati alti, hanno richiesto circa 200 persone e l'assunzione di un rompighiaccio ed elicotteri. I ricercatori ritengono che il tentativo è improbabile possa mai essere ripetuto,
"Il costo è stato estremamente elevato per uno studio del genere, ma i nostri risultati sono indiscutibili così dubito che qualcuno sentirà il bisogno di ripeterlo", ha detto il prof Merav Ben-David, presso l'Università di Wyoming, un altro autore.

sabato 27 settembre 2014

ARTICO, enorme giacimento di petrolio scoperto da Russia e Usa assieme. E le sanzioni?


MOSCA - Un grande giacimento di petrolio è stato scoperto nel Mare Artico dal gigante petrolifero russo Rosneft e dall’americana Exxon Mobil. A renderlo noto è stata la compagnia russa, che lo ha ribattezzato Pobeda (vittoria). L’eccezionale giacimento ha risorse pari a un miliardo di barili di petrolio e 338 miliardi di metri cubi di gas. Ma sulla joint venture pesano le sanzioni Usa imposte al gruppo russo dopo la crisi ucraina. In una joint venture da 3,2 miliardi di dollari, Rosneft ed Exxon hanno iniziato i lavori di perforazione in estate e hanno proseguito finora.
L’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, lui stesso soggetto alle sanzioni Usa, è visibilmente soddisfatto. "Va oltre le nostre aspettative. E' una vittoria di tutti, ottenuta grazie ai nostri amici e partner come Exxon Mobil, Nord Atlantic Drilling, Schlumberger, Halliburton, Weatherford, Baker, Trendsetter, Fmc".
I geologi hanno seguito con grande interesse il progetto e considerano l’area del Mare Artico la più grande riserva inesplorata di greggio.
Sulla collaborazione russo-americana pesano ora le sanzioni che gli Usa hanno imposto alla Russia, che vietano alle compagnie americane di partecipare a joint venture nel Mare Artico russo a partire dal 10 ottobre.

Ma il petrolio potrebbe fare il miracolo...

giovedì 18 settembre 2014

L'aeroplano rosso della NASA che studia i ghiacci artici

Questo aeroplano rosso è un DHC-3 Otter, impiegato nelle indagini dell'Operazione IceBridge della NASA che studia i ghiacciai di montagna in Alaska. Negli ultimi decenni, le temperature medie globali sono in aumento, e questo riscaldamento sta accadendo da due a tre volte più velocemente nell'Artico. Mentre l'estate ndella regione volge al termine, la NASA è al lavoro per studiare come l'aumento delle temperature siano interessando l'Artico. Ricercatori della NASA questa estate e poi l'autunno stanno portando avanti tre campagne di ricerca volte a misurare le concentrazioni di gas a effetto serra in prossimità della superficie terrestre, il monitoraggio dei ghiacciai dell'Alaska, e la raccolta di dati sul ghiaccio artico del mare e delle  nuvole. Le osservazioni di queste campagne NASA daranno ai ricercatori una migliore comprensione di come l'Artico stia rispondendo all’aumento delle temperature. L'Artico Radiation - IceBridge Sea and Ice Experiment, o ARISE, è una nuova campagna aerea della NASA per raccogliere dati sul diradamento dei ghiacci marini e misura nuvola e proprietà atmosferiche nell'Artico. La campagna è stata progettata per rispondere alle domande sul rapporto tra ritirata del ghiaccio marino e il clima artico.
Credito: NASA / Chris Larsen, University of Alaska Fairbanks


mercoledì 25 settembre 2013

In arresto i 30 attivisti di Greenpeace (uno italiano) a Murmansk, nell'Artico


MURMANSK - Le proteste di Greenpeace contro la piattaforma russa di perforazione nell'Artico
MURMANSK - I trenta attivisti di Greenpeace membri dell'equipaggio del rompighiaccio Arctic Sunrise, tra cui l'italiano Cristian D'Alessandro, si trovano in custodia cautelare in "centri di detenzione provvisoria" per essere interrogati. Il gruppo era stato accusato martedì di "pirateria" dalle autorità russe. Lo ha reso noto l'organizzazione ambientalista.
''Cristian d'Alessandro sta bene, e' in ottime condizioni fisiche e psicologiche'': lo ha riferito all'ANSA il console generale di San Pietroburgo Luigi Estero, dopo che il suo vice ha incontrato il giovane a bordo della Sunrise, ancorata a Murmansk in seguito al blitz contro la prima piattaforma petrolifera artica russa Gazprom. ''Cristian ha riferito di non aver subito alcun maltrattamento e di voler rassicurare la famiglia'', ha aggiunto il console generale. Il suo vice, Francesco Cimellaro, ha potuto incontrarlo a bordo della nave, come hanno fatto i diplomatici e i funzionari consolari della quindicina di Paesi cui appartiene la maggioranza dei 30 attivisti della Sunrise, tutti stranieri, tranne quattro russi. Il giovane ha ribadito il carattere pacifico del blitz contro la piattaforma petrolifera e ha precisato di essersi imbarcato con un regolare contratto da marittimo, che scade a novembre.
Entro due giorni le autorità decideranno sul rilascio o meno dei fermati. Nei primi interrogatori non è stata contestata la pirateria ma la violazione di alcuni articoli del diritto amministrativo russo, si apprende in ambienti diplomatici. In tal caso si ridimensionerebbe il quadro accusatorio iniziale evocato dal portavoce del comitato investigativo russo, almeno per i militanti che non hanno partecipato al tentativo di scalare la piattaforma.
L'attivista italiano è entrato a far parte dell' equipaggio internazionale delle navi dell'associazione ambientalista a inizio 2013, dopo vari anni di volontariato nel Gruppo Locale di Napoli. E' stato fermato dalle autorità russe insieme ad altri 29 militanti di Greenpeace e membri dell'equipaggio dell'Arctic Sunrise, dopo le proteste contro la piattaforma Prirazlomnaya di Gazprom. Il reato di pirateria, per ora non contestato agli attivisti, prevede fino a 15 anni di carcere. 

La rompighiaccio battente bandiera olandese è stata rimorchiata nella rada di Murmansk, nell'estremo nord russo. A prenderne possesso era stato un commando della guardia costiera, che aveva agito sparando anche alcuni colpi in aria come avvertimento. Alcuni attivisti che avevano tentato di salire sulla piattaforma erano stati fermati e trattenuti per qualche ora.

mercoledì 28 agosto 2013

Minacciata dai russi nave di Greenpeace che protesta nell'Artico contro le trivellazioni

La Arctic Sunrise nell'Artico
MARE DI KARA (Artico) - L’ Arctic Sunrise, la nave rompighiaggio di Greenpeace in missione nei mari artici contro le trivellazioni petrolifere, ha deciso di allontanarsi dalla Rotta del Mare del Nord (Northern Sea Route, NSR) sotto la minaccia della guardia costiera russa di ricorrere all’uso della forza e delle armi.
Ieri mattina la guardia costiera russa è salita a bordo dell’Arctic per una“ispezione” obbligatoria,a seguito di una protesta pacifica. Quattro membri della guardia costiera russa sono saliti a bordo della nave senza alcun permesso dopo che un gruppo di attivisti aveva aperto dei banner “Save the Arctic” sui gommoni vicini alla nave Geolog Dmitry Nalivkin. Questa nave è stata noleggiata dalla compagnia Rosneft, di proprietà dello stato russo, e dal gigante americano Exxon Mobil.

Il mare di Kara

“La nostra spedizione - spiega Greenpeace in un comunicato - rappresenta i quasi 4 milioni di persone che vogliono difendere l’artico (www.SaveTheArctic.org) e che vogliono conoscere i rischi che si nascondono dietro le trivellazioni di petrolio, ma le autorità russe continuano a voler bloccare ogni nostra azione. La nostra protesta è interamente sicura e pacifica, mentre l’esplorazione artica costituisce una minaccia enorme al fragile ecosistema Artico e alle specie animali che vi dimorano. Lo scorso mercoledì il governo russo aveva negato all’Arctic Sunrise il permesso di entrare nella rotta del Mare del Nord, nonostante la nave soddisfacesse tutti i requisiti di sicurezza richiesti. Questo divieto di ingresso è stato un chiaro tentativo del governo russo di soffocare le voci di coloro che criticano l’industria petrolifera. Non ci siamo fatti intimidire, forti del fatto che la nostra è una protesta pacifica: nonostante il divieto, sabato mattinal’Arctic Sunrise ha fatto ingresso nel mare di Kara” che è una porzione meridionale del Mar Glaciale Artico ed è ricoperto da ghiaccio per la maggior parte dell'anno ad eccezione di poche settimane in estate quando è possibile la navigazione. Il mare è ricco di giacimenti di petrolio non ancora sfruttati.
La nave si appresta adesso a lasciare la sua rotta per evitare di far correre rischi all’equipaggio, ma continuerà a testimoniare e a fare luce sulle attività delle compagnie petrolifere nella Russia artica. Greenpeace chiederà al governo olandese di protestare formalmente con il governo russo “per questa evidente violazione non solo del diritto internazionale della navigazione ma anche di quello di espressione”.

giovedì 27 giugno 2013

Dieci turisti prigionieri per 2 giorni su un lastrone di ghiaccio alla deriva nell'Artico canadese

LANCASTER SOUND (Canada) - Il campeggio alla deriva sul lastrone di ghiaccio
MONTREAL - Una decina di turisti sono rimasti bloccati nell'Artico canadese per quasi due giorni su un lastrone di ghiaccio che si era staccato andando alla deriva: li hanno salvati gli elicotteri.
I venti forti e nebbia avevano costretto la Royal Canadian Air Force di abbandonare almeno due tentativi di raccogliere i 10 turisti e 10 guide dalla piattaforma di ghiaccio lunga tre miglia  nel territorio remoto dei Nunavut. Il gruppo, che era in tenda, si era svegliato l’altra mattina scoprendo che il lastrone di ghiaccio si era spezzato e navigava.
Due elicotteri CH-146 Griffon sono stati  infine in grado di recuperarli poco dopo le 18 di mercoledì (mezzanotte in Italia.
"Per fortuna tutti erano in buone condizioni - ha spiegato un soccoritore - E 'stato un grande sforzo di cooperazione e siamo molto soddisfatti del salvataggio andato a buon fine".


Graham Dickson, un portavoce del tour operator che aveva organizzato il viaggio, ha detto che un cambiamento nel vento e maree favorevoli avevano spinto il ghiaccio verso la costa nei pressi di Lancaster Sound, all'ingresso del Passaggio a Nord Ovest.
"La situazione era abbastanza estrema, ma avevano tutta l'attrezzatura giusta per affrontare il problema", ha detto Dickson. 
In precedenza, il capitano Yvonne Niego della Royal Canadian Mounted Police aveva detto che il lastrone di ghiaccio aveva galleggiato per quasi cinque miglia dalla costa. "Io sono un locale e non ho mai visto nulla di simile”, ha aggiunto.